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Adobe: 7 cloni scritti dall'IA in una settimana

Le Crafting Apps di Brandon Thomas replicano sette app Adobe in una settimana con 1,5 milioni di righe di codice Rust scritto da agenti Claude.

  • di Redazione L'Artificiale
  • Pubblicato il 13 ott 2026
  • Aggiornato il 13 ott 2026
  • 7 min di lettura
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Adobe: 7 cloni scritti dall'IA in una settimana

Alle 5:02 del 30 settembre 2026, su un repository GitHub aperto da appena tre ore, compare un commit dal titolo di una sola parola: “one-shot”. Dentro ci sono 241 file e circa 42.000 righe di codice scritto in Rust. Sono il primo mattone di PhotoCraft, un editor di immagini. Si propone di replicare Photoshop, il celebre software di Adobe. Una settimana dopo, nel repository affiancano PhotoCraft altre sei applicazioni: VectorCraft, FilmCraft, LightCraft, PrintCraft, EffectCraft e DesignCraft. Il totale è di un milione e mezzo di righe di codice e oltre 3.500 commit. Sono le Crafting Apps, le controparti di fatto di Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign. La storia riguarda chiunque lavori con il software. Mostra cosa succede quando la scrittura di codice smette di essere il collo di bottiglia dello sviluppo.

Cosa sono le Crafting Apps di Adobe

Le Crafting Apps sono una suite di sette applicazioni open source create in una settimana con l’ausilio di agenti di intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è replicare le funzioni, i menu e persino le scorciatoie da tastiera delle app Adobe. Il primo commit di PhotoCraft, arrivato alle 5:02 del 30 settembre, conteneva 241 file e circa 42.000 righe di codice Rust. Sette commit su dieci portano la firma di uno stesso “sviluppatore”: Claudio di nome e Opus di cognome, cioè il modello Claude Opus 5.5, diretto dall’umano Brandon Thomas.

Sui social, per giorni, si è parlato di “app Adobe decompilate” e clonate. La realtà è diversa: decompilare una suite da milioni di righe di codice non è fattibile, e se fosse avvenuta una copia si tratterebbe di puro furto di proprietà intellettuale. Quello che è stato fatto è un’altra cosa: rifare Photoshop, e poi le altre app, con un metodo che va oltre il semplice “vibe coding”. Proprio questo metodo, più del risultato, è la parte della storia che merita attenzione.

Perché rifare Photoshop era un sogno impossibile

La sfida di ricreare Photoshop è uno dei progetti più antichi e frustranti del software libero. Per un piccolo team è stato, fino a ieri, impossibile reggere il passo di centinaia di sviluppatori che aggiornano il prodotto ogni mese. Il solo progetto che si è davvero avvicinato è Photopea, dello sviluppatore ucraino trasferito a Praga Ivan Kutskir: oltre dieci anni di lavoro per arrivare a circa un decimo delle funzioni di Photoshop, con un’adozione limitata tra chi, prendendo mille utenti di Photoshop, usa il programma di Adobe.

Il secondo ostacolo è la compatibilità con il formato PSD. Adobe pubblica una specifica pensata per chi vuole leggerlo e scriverlo, ma con lacune che chi prova a creare un editor compatibile denuncia da anni. Il comportamento reale dei file va scoperto per tentativi: chiunque si mettesse all’opera doveva prevedere anni di lavoro, oggi ridotti a una settimana dall’IA. Ed è proprio questa compressione del tempo a dire qualcosa di profondo sul futuro del settore.

Un esercito di agenti al lavoro

Dietro le Crafting Apps c’è ArtCraft, l’applicativo open source per creare immagini e video con l’AI fondato da Brandon Thomas. È stato presentato come una sorta di “Cursor per il cinema”. Al contrario del prompt casuale, permette di controllare con precisione il risultato creativo. Thomas compare come unico sviluppatore nei primi giorni; poi subentra Claudio, e il ritmo diventa quello che nessuna squadra umana potrebbe sostenere.

I numeri documentano il cantiere. Su 3.577 commit totali, almeno 2.493 dichiarano Claude come coautore, e dal 1° ottobre il ritmo è di 400 commit al giorno. EffectCraft e FilmCraft arrivano a 290.000 righe di codice Rust, VectorCraft e PhotoCraft a 250.000, DesignCraft supera comunque le 90.000. Le sette app non condividono una riga di codice tra loro. Girano come applicazioni native su Mac, Windows e Linux senza Electron né pagine web travestite da programmi. Lo stesso codice si compila anche per il browser.

Dentro FilmCraft: codec riscritti da zero

FilmCraft è l’app più ambiziosa delle sette, perché ricostruire Premiere significa ricostruire anche i codec necessari a comprimere e leggere i video. La scelta “folle” qui è evidente: oggi quasi tutti i programmi video del mondo si appoggiano a FFmpeg, la soluzione open source più nota. FilmCraft no. H.264, HEVC, AV1, VP9, ProRes, gli audio AAC e Opus e i contenitori MP4, MOV e Matroska sono stati interamente riscritti da zero in Rust partendo dalle specifiche pubbliche.

Il risultato è stato verificato fotogramma per fotogramma contro FFmpeg. Il decoder H.264 riscritto dall’IA produce un risultato identico al bit su 37 clip di prova. Decodifica tra 500 e 600 fotogrammi al secondo da una sorgente video HD. I test di conformità automatici per HEVC, VP9 e AV1 hanno dato esiti analoghi. Nelle scelte progettuali emergono assunzioni che probabilmente a un singolo sviluppatore umano non sarebbero venute in mente. Nel codice il tempo non è misurato in secondi ma in 254.016.000.000 unità al secondo. È un numero che si divide esattamente per tutte le frequenze video e audio comuni.

Il metodo: un manuale scritto per le macchine

Il cuore della storia è il file Agents.md presente in ogni repository: qualche centinaio di righe che fa, in pratica, il lavoro di un project manager. Spiega come è organizzato il codice, quali regole non si violano mai, come dividersi i compiti e cosa controllare prima di chiudere un task. L’agente non si ferma a fare domande, salvo su questioni riservate agli esseri umani: licenze dubbie, spese, pubblicazione del codice, dati personali, operazioni irreversibili. L’unico interlocutore umano è Thomas.

Il ciclo di lavoro è sempre lo stesso: prima il test che dimostra il completamento del compito, poi il codice, poi la verifica aprendo l’app e guardando gli screenshot. Più agenti lavorano in parallelo sullo stesso progetto. Ognuno ha la propria cartella e moduli con un “proprietario”. Se il lavoro di un altro rompe qualcosa, la regola è aspettare, non toccare i file altrui. C’è persino un diario di bordo da aggiornare a fine task, così che chi subentra possa riprendere il lavoro anche se non l’ha iniziato lui.

Per la verifica del codice, il vero costo nascosto dell’IA, Thomas ha costruito degli “oracoli”: riferimenti esterni che restituiscono sempre la risposta corretta. Per PhotoCraft l’oracolo è Photoshop, con cui si confrontano le immagini salvate; per FilmCraft è FFmpeg, con cui si confronta ogni fotogramma. I comandi vengono poi “bombardati” con dati generati apposta per essere assurdi, per garantire che il programma non vada mai in crash. Nel manuale c’è anche una regola che molte aziende farebbero bene a copiare: ogni percentuale deve dichiarare se è misurata o stimata, e una stima non conta mai come lavoro finito.

Funzionano davvero queste app?

No, non del tutto, e sono i progetti stessi a dirlo. Nel giorno del debutto, gli utenti hanno trovato decine di problemi: il testo si selezionava nel punto sbagliato, quasi nessuna scorciatoia da tastiera funzionava, alcuni pannelli si ridimensionavano da soli. Un agente ha prodotto una valutazione onesta dei bug aperti e ha stabilito che PhotoCraft copre “ben sotto il 50%” delle funzioni di Photoshop. Il team di agenti stima che FilmCraft sia pronto al “lavoro vero” tra il 50 e il 60%.

Il miglioramento però è stato rapido. Tra il 30 settembre e il 1° ottobre la percentuale di voci di menu di Photoshop presenti in PhotoCraft è passata dal 36 all’85%. Oggi tutte le oltre 600 voci fanno qualcosa. Resta un limite delicato: il sito dichiara 134 file Photoshop su 135 riscritti “byte per byte”. Ma il repository ammette che un file ri-salvato da PhotoCraft non è identico all’originale. Un editor di immagini che non garantisce il round-trip senza modifiche fallisce, allo stato attuale, la funzione più importante.

Un agente ha prodotto una valutazione onesta dei bug aperti e ha stabilito che PhotoCraft copre “ben sotto il 50%” delle funzioni di Photoshop.

Il costo che nessuno ha calcolato: mantenere 1,5 milioni di righe di codice

Qui sta la lezione per chiunque lavori in un’azienda o gestisca progetti software. Il progetto è cresciuto a una velocità che un essere umano non può fisicamente controllare. Thomas non scrive più codice, ma scrive pagine di testo in markdown per dirigere gli agenti. Ha disegnato l’architettura, scritto le regole e costruito gli oracoli. Ma scrivere codice ormai costa poco; mantenerlo ha un costo che l’IA non cancella. Chi si prenderà cura di un milione e mezzo di righe tra un anno, se le app avranno utenti veri? Chi pagherà i token necessari ad aggiornarle? Il rischio concreto è un codice che nessuno riuscirà a mettere mano, anche se ben documentato.

Nel frattempo il cantiere non si ferma. Thomas ha annunciato GridCraft, DeckCraft e WordCraft, tre nuove app mirate a sostituire Excel, PowerPoint e Word. La prima versione è già caricata su GitHub. Per le aziende italiane che valutano l’adozione dell’IA nello sviluppo, il caso Crafting Apps offre una verifica pratica. I progetti ad alto ritmo vanno valutati non sulla velocità con cui nascono. Vanno valutati sulla sostenibilità del controllo umano e dei costi di manutenzione. Con un milione e mezzo di righe in Rust scritte da agenti, la domanda da porsi prima di adottare qualcosa di simile non è “funziona oggi?”. Ma “chiamo a rispondere tra due anni?”.

Fonti:

Punti chiave

Da ricordare

  • Le Crafting Apps sono sette app open source in Rust create in una settimana con agenti AI per replicare la suite Adobe, con 1,5 milioni di righe di codice e 3.577 commit.
  • Non si tratta di decompilazione: il codice è stato scritto da agenti Claude Opus 5.5 diretti da Brandon Thomas tramite un manuale Agents.md che funge da project manager.
  • FilmCraft ha riscritto da zero codec come H.264, HEVC, AV1 e ProRes, con un decoder H.264 identico al bit su 37 clip di prova.
  • Le app sono incomplete: PhotoCraft copre 'ben sotto il 50%' delle funzioni di Photoshop e i file ri-salvati non sono identici agli originali.
  • Il metodo chiave è l'uso di 'oracoli' di verifica (Photoshop e FFmpeg) e la regola che le stime non contano mai come lavoro finito.
  • Il costo futuro di manutenzione di milioni di righe scritte da agenti è la domanda aperta: chi pagherà i token per tenerle aggiornate?

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